Roberto Bertolazzi: shiatsu-do e counseling

1959756_510320212410827_669029245_nHo conosciuto Roberto grazie a Sonya. Ho ricevuto un trattamento shiatsu da lui in momento di grande cambiamento della mia vita. Non mi aspettavo nulla da un solo incontro, e mi sono presentata con grande curiosità e interesse. Il trattamento shiatsu mi ha aiutato a vedere aspetti del mio percorso e delle mie decisioni che non avevo considerato! E’ seguita questa intervista, leggetela, Roberto è molto interessante.

E.D. Come sei arrivato a fare trattamenti shiatsu integrati con il counseling?

R.B. Ci sono arrivato per necessità, ovvero la necessità di dover integrare una parte di quel risveglio emozionale ed emotivo che qualsiasi forma di trattamento a livello energetico porta alla persona. Integrare significa lavorare insieme alla persona sulla consapevolezza dei propri bisogni, in poche parole agire tramite il counseling per accompagnare con più elasticità e morbidezza la persona verso un cambiamento. Un po’ come se la testa dovesse legittimare il cambiamento che nasce in maniera totalmente istintuale dal lavoro sul corpo. Quando si lavora sul sistema energetico di qualcuno, si risvegliano delle parti profonde che hanno a che vedere con dei bisogni che ci siamo volentieri dimenticati, e ai quali spesso è la testa che crea dei confini.

Ho iniziato la mia formazione in counseling per pura curiosità: ho partecipato a gruppi di lavoro intensivi e residenziali di 4 giorni, dove due counselor portavano nella pratica la finalità della loro scuola. Queste due persone fantastiche mi hanno mostrato come avessero acquisito la capacità di riuscire a interpretare il malessere fisico in maniera emotiva, per portare la persona velocemente a scoprire quale fosse il proprio blocco emotivo. Il gruppo sostiene molto l’energia della persona quindi, in quel setting, i processi sono molto accelerati. Ho pensato: perché no?

Quando ho iniziato a studiare il counseling ho imparato i confini, dove tu puoi interagire con il cliente tramite il counseling e dove tu non puoi interagire. In sintesi: il counseling è possibile agirlo in una situazione che sta accadendo ora, non ha a che vedere con la tua vita emotiva che è rimasta bloccata chissà dove nel passato. Ad esempio, se tu hai un problema lavorativo o di relazione col tuo capo e vai in blocco,  non riesci a comunicare, questa è una dinamica che accade tutti i giorni e di cui si può parlare. Se hai un problema di relazione con tua moglie, tuo marito o tuo figlio, molto probabilmente il counseling ti sarà di aiuto. Come operatore shiatsu ho delle conoscenze specifiche di psicosomatica e di ciò che il tuo corpo mi sta mostrando. Mi relaziono con una serie di punti che mi dicono qualcosa dello stato del tuo sistema energetico in quel momento e in quella precisa giornata. Mi relaziono sempre con quello che ho della persona nel momento presente, che è esattamente ciò che fa il counseling! Durante un trattamento shiatsu il setting appropriato per il counseling è, di solito, già attivato. Infatti non è possibile lavorare con una persona che non si lascia andare, oppure la persona ha dei problemi a lasciarsi andare e allora questo può essere l’inizio di un trattamento, ovvero portare la persona a lasciarsi andare per poi poter lavorare su altro.

In sintesi, accade normalmente che, dopo un po’ di trattamenti, è la persona stessa a porre una domanda verbale, e quello è il segnale che occorre iniziare a fare chiarezza con la persona sul suo riconoscimento di quello che le sta accadendo. Se il cliente esce dopo un trattamento, sta bene, é sereno, esce con la pancia tranquilla, torna a casa, vede sua moglie e si sente un groppo allo stomaco, forse sarà il caso che egli possa cominciare a prendere in considerazione che ha qualcosa che lo manda in allarme in quel posto. Dato che sta andando a fare un trattamento per stare meglio, è bene che egli cerchi di mantenere quel benessere iniziando a fare pulizia.

E.D. Eliminare quello che ci fa male e riprendere quello che ci fa bene.

R.B: Esattamente! Quando apri questo tipo di percorso con il counseling, di solito, le strade sono due: o la persona ha realmente un problema oggettivo nel “qui e ora” e riesce a risolverlo, quindi tutto si conclude  abbastanza velocemente. Oppure la persona, finita la prima problematica, inizia a portarti la seconda, poi la terza, poi la quarta problematica.. e normalmente è la persona stessa che alla fine ti guarda e, con una domanda che a volte è esplicita e altre volte implicita, ti dice: A quel punto, professionalmente, la risposta è già da lui conosciuta. Se hai posto le basi fin dall’inizio su cosa sia di tua competenza, la persona sa già che ti sta domandando qualcosa che tu non gli puoi dare e allora si aprono le porte di una terapia con una professionista più adatto, ad esempio uno psicoterapeuta.

E.D. Il tuo counseling si basa sull’analisi transazionale? R.B. Anche. Volevo prendere i fondamenti di questo approccio, poi ho studiato anche il couseling a orientamento energetico basato sull’anamnesi rogersiana e sulla lettura del corpo. A dirti il vero io credo di fare un couseling alla persona che abbia a che vedere con quello che ha chiaramente espresso il corpo della persona e questo nasce da una lettura che arriva dalla medicina tradizionale cinese, dove ogni organo e ogni viscere ha a che fare con una loggia energetica.

E.D. E’ molto interessante questo collegamento. Ci parli di questo e della tua formazione di shiatsu? R.B. Sì trovo utile riuscire a cogliere l’attimo nel quale la lettura del corpo la senti. La mia interpretazione, che è del tutto personale, è che se il corpo adotta un sistema per evidenziare, tramite una sintomatologia, qualcosa che non va bene, può essere che alla base di questa problematica ci sia un blocco emotivo che tu non riesci ad affrontare, che non percepisci consapevolmente.

536989_10200717666612982_2131987504_nHo iniziato la formazione accademica di shiatsu nel 2000. Questo percorso aveva e ha tuttora un iter di formazione abbastanza rigido e molto marziale, basato sul kata, la ripetizione di tecniche per arrivare, dopo la noia, a scoprire cosa c’è e integrare quello che stai facendo in una memoria corporea, che non ha più bisogno della testa. Poi ti apri al tuo shiatsu. In termini di formazione non viene presa in considerazione la parte emotiva. Ho lavorato per anni in prima linea con molte persone all’interno di uno studio medico, dove la mia clientela era veicolata da un medico. Anche se lo shiatsu non è propriamente una cura, è senz’altro una facilitazione a stare meglio. Con le persone facevo un tipo di lavoro che è prettamente corporeo e silente e questa era la motivazione per cui io avevo scelto lo shiatsu allora, perché nel silenzio il corpo non mente. Se invece ascolti le parole e dopo ti raffronti con il corpo, c’è un conflitto in corso, perché spesso coincidono poco. Conseguentemente, tanto più sei capace a rimettere un po’ in equilibrio e in asse la persona, tanto più la persona cerca di mantenere questo stato. Negli anni ho capito che, se sto fuori da tutto il cambiamento della persona, nel momento in cui la persona arriva ad avere la percezione di voler operare un cambiamento significativo nella propria vita e quindi entra nuovamente in conflitto, mi perdo degli elementi di conoscenza preziosi. Ti faccio un esempio semplice: quando ho iniziato a insegnare in accademia shiatsu, il primo anno di studi era il più divertente. Infatti é l’anno in cui avvengono i maggiori cambiamenti: arrivano coppie che non vogliono figli e dopo la fine dell’anno lei resta incinta, coppie apparentemente innamoratissime, che alla fine si lasciano.. allora in conclusione: esiste un processo di evoluzione delle persone che va sempre per i fatti suoi, e questo va benissimo perché tu non gestisci questo processo, tu ti occupi della persona nel momento in cui è lì, con te.

E.D. Dopo aver ricevuto un trattamento shiatsu da te abbiamo parlato e, scherzosamente, tu mi hai detto che le persone ti raccontano un sacco di “balle”. R.B. Molto spesso le persone non sanno dove sia la verità, ma soltanto perché non ne sono consapevoli.

E.D. Credi che questo avvenga perché cambiare é difficile e faticoso? R.B. Sì, soprattutto è difficile cambiare la testa. Nel momento in cui tu stai un po’ meglio (e questo lo puoi ottenere anche andandotene un mese in vacanza in un posto fantastico) poi ti rendi conto chiaramente di cosa sia in disarmonia con te. Come rientrando in casa tua dopo la vacanza dei tuoi sogni, ti rendi conto, con evidenza, che in casa tua esistono delle disarmonie con te. C’è qualcosa che ti riporta a uno stato che era precedente al tuo viaggio, ti riporta in quel posto dove le cose le subivi passivamente, prese come un dato di fatto. Puoi pensare di accettarle con la testa e infilarle dentro comprimendole, ma il corpo a volte questo non lo tiene, non ha nessuna intenzione di attuarlo, per cui inizierai ad avere una serie di malesseri, di “disarmonie”. Spesso e volentieri succede che ci dimentichiamo di avere la possibilità di rivedere le regole della convivenza con ciò che non ci appartiene.

E.D. Secondo me, molte persone si sono dimenticate qual è la sensazione vera di benessere, ma dal momento che ne hanno esperienza per un periodo sufficientemente lungo, tendono a mantenerla. R.B. Questo è il principio assoluto per cui io credo che tutte le persone abbiano una spinta a stare meglio. Anche le persone che sono più restie a viverla, nel momento in cui sono accompagnate a fare qualcosa che stimola il loro sistema di autoguarigione, vivono un conflitto: una parte del corpo va nella direzione del benessere e l’altra ha una grossa difficoltà ad accettarlo.

E.D. Cosa pensi di quei casi in cui il corpo ti da dei rimandi che però sono falsati, per esempio nel caso dei disturbi alimentari in cui il senso di fame e sazietà è talmente alterato da non essere più affidabile.

R.B. Nel caso che tu descrivi le domande da porsi su quello che sta dicendo il corpo sono: “Sei felice quando ti alzi alla mattina?” “Stai bene?” “Sei energico?” “Sei energico quando hai finito di mangiare o ti viene sonno?” “Riesci a concludere la tua giornata pensando che domani sarà un nuovo giorno e chissà cosa di bello ti succederà?”. Se riesci a rispondere in maniera positiva a tutte queste domande, non è necessario porsi la domanda se quello che tu stai mangiando sia la cosa giusta.

E.D. In realtà, secondo me, oggi si scambiano le sensazioni corporee del “tutto subito” dettate dalla nostra cultura, per il linguaggio profondo del corpo. Cosa ne pensi?

intestazione-sitoR.B. Si condivido, il rimando delle sensazioni corporee, secondo me, può avere due interpretazioni: la prima è un’emozione pulita, la seconda è un’emozione distorta. La prima è imprescindibile, la seconda è molto più comune della prima. Se io ho difficoltà a comprendere che innanzitutto esiste il mio mondo emozionale e il mio sistema di vita è molto difficile che io riesca ad avere una realtà obiettiva di quello che sta succedendo, ma ho una realtà distorta. Perché se io sposto il mancato affetto di una mamma al piacere di una merendina al cioccolato, non ha senso che io mi domandi se quella merendina al cioccolato mi fa male o bene, perché, in realtà, ho bisogno di chiarire che cosa mi manca all’origine. Posso lavorare sul cibo per tutta la vita, ma difficilmente troverò una risposta.

E.D. Ho notato che, a volte, si cerca di sostituire le attività che ci danno emozioni distorte con altre cose “buone”. Ad esempio, si sostituisce la dipendenza da sigarette con la dipendenza da fitness. E’ indubbio che farsi una corsa sia meglio che fumare. Ma quanto conta l’atteggiamento da “dipendenza”?

R.B. Ti rispondo con la mia esperienza professionale. Quando mi capita un cliente molto pragmatico, io spesso domando a questa persona se nella vita si sia mai innamorata e se temesse di non poter andare al primo appuntamento con la futura compagna/o per un raffreddore, la tosse o altri malanni. La risposta è sempre “no, non mi è mai successo”. Direi che questo la dice lunga. E’ l’intenzione che si conferisce agli eventi a determinarne in buona parte gli esiti.

E.D. Mi trovavo a parlare di questo argomento tempo fa sulla passeggiata di Nervi. Ragionando a voce alta ho detto: l’amore è l’unica forza che cura e guarisce tutto. Se un sentimento fa male, non può essere amore. Fa male l’invidia, l’attaccamento, il possesso o altro, ma l’amore fa solo bene. Condividi questo punto di vista?

R.B. Si, lo condivido e per me, imprescindibilmente, l’amore è per sé.  E’ l’amore che tu hai per te.

E.D. Anche perché se non hai amore per te come puoi amare qualcun altro?

R.B. Esattamente. Credo che, nella pratica, se tu non agisci amore nei tuoi confronti -dove ce ne vuole già tanto!- sei impossibilitato ad agirlo esternamente. Pertanto, quando io penso che mi da gioia mostrare un atto di amore verso qualcuno, a volte mi domando se non è un modo per ricordarsi che esiste. A volte siamo i primi ad averlo dimenticato per noi.

E.D. Credo anche io che agire amore per se stessi e rispettarsi nelle scelte sia raro. Si attua a partire dalle piccole cose: la scelta di cosa mangiare a colazione o decidere se alzarsi con un pensiero di gratitudine, anziché di lamentela o risentimento.

R.B. Qualcuno ha scritto che un trattamento shiatsu è come la mano della mamma, l’abbraccio materno. L’abbraccio di una mamma ti porta amore quando ti senti perso. Alla fine dei conti, io credo che la motivazione per cui lo shiatsu funziona è che è una forma di contatto profondo, stimola la persona a riappropriarsi del contatto con sé. Credo che nasca tutto da qua.

E.D. Hai parlato di contatto. Ti ricordi quando è stata la prima volta che sei venuto in contatto con lo shiatsu? R.B. E’ stato nel 1999 quando è nato mio figlio. Ero a Ischia, in visita con amiche alle terme, ho visto un cartello che descriveva lo shiatsu come trattamento e sono andato a provare. Dal 1999 mi sono fatto fare un trattamento a settimana per un anno e, in seguito a questo, sono stato consigliato a intraprendere il percorso in Accademia. Da allora ad oggi ho praticato tanto shiatsu, mi sono aperto a molte altre esperienze, e poi sono tornato allo shiatsu, perché ritengo lavori in modo silente ma molto efficiente. Secondo la mia interpretazione talvolta ha bisogno di essere assistito con il counseling per integrare insieme al cliente i vari cambiamenti che stanno avvenendo. Mi sono fatto mille domande su questa disciplina, e ho consultato decine e decine di libri. Mi sono confrontato con persone che lo facevano da più tempo di me.

Opero trattamenti con un metodo che ritengo essere molto simile allo shiatsu originale e tradizionale. Si tratta di un trattamento e non di un massaggio, perché non esiste un massaggio così. Dopo il trattamento le persone, oltre ad avere uno sguardo vagamente assente, spesso mi dicono: “Lo stesso punto che mi faceva male all’inizio del trattamento, ora mi da piacere!” Quando sento questa frase penso, tra me e me, che allora la persona ha fatto quello che doveva. Infatti, ogni trauma che si vive a livello emozionale, se non si riesce ad esplicare, é trattenuto.

E.D. Siamo educati a trattenere.

R.B. Spesso il dolore é qualcosa che si trattiene. Occorre riprendere possesso di quella parte.

Alcuni clienti, dopo i trattamenti, mi riportano di aver visto immagini o persone. Probabilmente c’è una connessione con i punti toccati durante la seduta. Se esiste un blocco nel cliente quando arriva in studio, e quando esce lo abbiamo sciolto, e quando torna l’ha ricreato, e quando rientra lo sciogliamo nuovamente, e quando torna l’ha ricreato… c’è un momento in cui il cliente si domanda il perché. Quella è la possibilità di agire con il counseling. Shiatsu e counseling sono in armonia, anzi, spesso questo binomio si rivela un cocktail vincente.

Questo, naturalmente, è solo il racconto della mia esperienza, che mi porta a poter gestire sia l’una che l’altra tecnica, per dare un confine a l’una e all’altra. Se il cliente non mi chiede niente, riceve il trattamento shiatsu e basta. E’ un valore aggiunto occuparsi della persona e non solo di alcune problematiche o sintomatologie e usare più tecniche. Inoltre, penso che viviamo in una società dove usiamo molto di più la testa che il corpo. Pertanto, quando si utilizza una tecnica che ha a che vedere con la parte verbale della persona, il rischio è di essere risucchiati dalle parole. A quel punto “shiatsu”.

E.D. Perché permettiamo ai pensieri di essere la parte preponderante? R.B. Quando ascoltiamo la testa noi pensiamo di essere obiettivi, perché stiamo dando retta a una nostra parte. Stimolare il corpo con qualsiasi tipo di tecnica, dai fiori di Bach allo shiatsu alla psicoterapia o il Thai Chi, significa riattivare la parte intelligente del corpo e della pancia ed essere più obiettivi. In questo modo si avrà un punto di vista che raggruppa più informazioni.

E.D. A volte mi capita di preparare miscele di fiori di Bach per amici che non li hanno mai presi, non li conoscono e non credono assolutamente che i fiori possano giovare loro. A volte li prendono e, dopo mesi, mi raccontano che hanno cambiato socio, casa o compagna.

R.B. E’ importante, infatti, svegliare la consapevolezza di quello che stai facendo. Perché spesso non si prende consapevolezza che si sta cambiando. Anche i fiori di Bach possono essere efficaci in questo.

Ti faccio qualche esempio: nel 2016 io sfido chiunque abbia dai 35 in su a non avere mai avuto male al collo. Qualsiasi persona, se si mette un asciugamano da bagno dietro il collo e si sdraia, dopo un po’, riesce ad alleviare le tensioni del collo e facilmente si addormenta. Dopo, occorre togliere l’asciugamano, altrimenti ci si sveglia con il mal di testa. Ma perché accade questo? Accade perché il collo è il confine tra la testa e il corpo. Abbiamo creato questa diga di passaggio, perché non riusciamo a comunicare. La verità sta nell’integrazione delle due, la non-verità la vedo nel momento in cui vado in conflitto. Un altro esempio: se io ritengo che mia moglie sia la donna più bella del mondo, che con lei ho costruito una famiglia fantastica, che ho dei figli bellissimi, che è la persona con la quale ho condiviso un sacco di cose, ma non ci faccio l’amore… cioè io posso ritenere quello che voglio ma mi sto dimenticando di un bisogno importante. Non è necessario riscoprire la propria vita sessuale altrove, ma è necessario guardarsi un po’ dentro. Non è possibile che la mia testa veda la mia vita di coppia come un computer vede tanti file perfettamente allineati, se non ho una vita sessuale. Non è possibile e, lì, creo un confine. In questa circostanza, quando il corpo mi parlerà, tenderò a sopprimerlo.

E.D. Cosa significa guarigione? R.B. La pace con l’anima. Significa che l’intelligenza del corpo ha esattamente lo stesso spazio dell’intelligenza della testa.

E.D. Quali sono le cause di malessere che vedi più spesso? R.B. La paura. Viviamo in un’epoca di politica del terrore.

E.D. Perché andare a fare un trattamento shiatsu in due parole. R.B. Perché fa bene!!

E.D. Occorre permettersi di vedersi in modo diverso.

R.B. Le aspettative sono nocive a priori. Spesso creano un obiettivo che non può essere reale, perché la persona non sta bene, quindi prova l’ennesima emozione distorta. E’ l’obiettivo che vuole raggiungere, di conseguenza, é distorto.

E.D. Quando si vive un malessere, l’obiettivo è solo stare bene.

R.B. E’ la persona nella sua complessità e unità. Quando un essere umano si è dimenticato cosa lo fa star bene, perché vuole leggerlo in qualcosa che gli è passato socialmente o culturalmente.. In questo modo non potrà raggiungere il proprio benessere e il suo equilibrio. Solo tu conosci cosa può essere gratificante per te, occorre farlo emergere di nuovo, se non fosse chiaro.

E.D. Quale esercizio quotidiano ci consigli per il nostro benessere? R.B. Sì, un esercizio fantastico: domandarsi almeno tre volte al giorno se sei felice.

E.D. E’ bellissimo mi piace molto. I bambini lo chiedono e se lo domandano molto spesso! R.B. II bambini hanno un istinto primordiale attivo verso l’essere felici. Mirano alla felicità sempre!

Per contattare Roberto Bertolazzi    contatto.shiatsu@gmail.comfoto-fb

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2 Responses to “Roberto Bertolazzi: shiatsu-do e counseling”

  1. Arianna 23/09/2016 at 22:54 Permalink

    Ciao Emanuela,
    Ti seguo su youtube e ora ho letto con grande interesse questa intervista. Essendo psicoterapeuta, ero curiosa di conoscere il pensiero di un operatore affine e di trovare nuovi spunti per la mia pratica.
    Penso che un discorso importante sia quello del cambiamento: Non siamo noi ad indicare la strada alla persona. Noi possiamo solo attivare un processo e sostenerlo, ma è la persona che “sa” dove dirigere la propria esistenza.
    Un caro saluto,
    Arianna

    • Emanuela Davini
      Emanuela Davini 24/09/2016 at 10:30 Permalink

      Ciao Arianna, grazie del tuo commento. Da semplice curiosa e non da professionista condivido appieno quanto scrivi. Il punto di vista di Roberto é molto interessante perché il sostegno al cambiamento, nello shiatsu, coinvolge anche il contatto profondo con il corpo.

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